Le guerre avvolte nel silenzio

Negli ultimi anni ci siamo di nuovo abituati a parlare di guerra. Ma in genere le guerre di cui abbiamo notizie sono la “guerra al terrorismo”, il conflitto iracheno e quello arabo-palestinese. Raramente altri conflitti attirano la nostra attenzione. Forse quello ceceno, in occasione di massacri particolarmente efferati come quello di Beslan, o quello afghano, quando qualche occidentale rimane coinvolto in attentati o rapimenti. Purtroppo le guerre e i conflitti in corso sono molti di più: sono circa una cinquantina. Ma stranamente una caratteristica di queste guerre è il silenzio che le avvolge. Sembra che non esistano, che non interessino a nessuno e di loro i mass media non si occupano. Fanno eccezione i rapporti di Amnesty international, di Medici senza frontiere (che ha istituito anche un Osservatorio sulle crisi dimenticate) o di altre Organizzazioni non governative. Di recente ha provato a rompere questo silenzio il lavoro di uno staff dell’Istituto internazionale di ricerca dell’Archivio disarmo. I risultati di questa ricerca, con il supporto di carte geografiche, tabelle, dati e grafici illustrativi, sono ora disponibili nel testo Le guerre del silenzio. Alla scoperta dei conflitti e delle crisi del XXI secolo (pubblicato ad aprile 2005 da Ediesse).

Le guerre non sono mai mancate nella storia dell’umanità. Ancora nella prima metà del XX secolo le guerre erano combattute dalle grandi potenze, in particolare quelle europee. Erano guerre coloniali, nelle quali gli eserciti regolari venivano impiegati contro i popoli da “civilizzare”. Oppure erano scontri tra le forze armate di queste stesse potenze. Nella seconda metà del XX secolo sono andate a diminuire le guerre tra soggetti equivalenti come gli stati, e sono invece aumentati i conflitti tra soggetti non equivalenti: i conflitti tra governi con eserciti regolari e forze d’opposizione armata (come la guerriglia o il terrorismo). Secondo alcune stime nel periodo 1946-2000 ci sarebbero stati più di 150 conflitti, concentrati nell’Africa subsahariana (42 guerre) e nell’Estremo Oriente (37), e in misura minore in America Latina (24), nel Medio Oriente (20), in Europa (16) e in Asia meridionale (13). Anche se la maggioranza di queste guerre è rimasta del tutto sconosciuta all’opinione pubblica occidentale, avrebbero provocato circa 23 milioni di morti, di cui i due terzi civili, per lo più donne, vecchi e bambini.

In questo primo scorcio del XXI secolo la situazione non pare migliorata, ma a parte quei pochi conflitti di cui si parla, la quasi totalità sono “guerre del silenzio”. Qualche notizia si ha ogni tanto sui focolai di crisi in Europa, come quelli in Ucraina, Moldavia, Cecenia, Georgia, Ossezia, ma il silenzio è quasi totale su quelli in Africa. Per esempio quello nel Sahara Occidentale, la cui popolazione saharawi da oltre 10 anni attende il referendum per ottenere l’indipendenza dal Marocco e conta 165.000 esuli nei campi profughi in Algeria, o quello nel Senegal, uno dei paesi più poveri del mondo, dove la richiesta di indipendenza della regione del Casamance e la rivolta antigovernativa ha provocato fino ad ora più di 2.000 morti e 50.000 profughi. In Sierra Leone uno stato continuo di guerra ha impedito che venisse realizzato qualsiasi programma di sviluppo e risanamento, nonostante la ricchezza del suo sottosuolo, con i giacimenti di diamanti, oro, bauxite e rutilio. Anche se nel 2002 la guerra in Sierra Leone è stata dichiarata conclusa, il paese paga ancora le conseguenze: su una popolazione di 4.500.000 persone, circa 43.000 sono rimaste uccise e 30.000 hanno subito amputazioni di gambe, braccia, orecchie e naso. Un milione sono gli sfollati all’interno del paese e 500.000 quelli in altri paesi della regione.

La Costa d’Avorio all’inizio del nuovo millennio, stremata da dieci anni di recessione economica, ha conosciuto, anche per motivi etnici e razziali, 5 tentativi di colpo di stato in un anno. Ora il paese è spezzato in due: le regioni del nord sono controllate dai ribelli, mentre le forze governative cercano di mantenere integro il territorio meridionale. In Nigeria sembrano prevalere divisioni etniche e religiose. Gli scontri principali si sono verificati tra le popolazioni musulmane del nord e quelle cristiane del sud. Ma anche lo sfruttamento delle ricchezze petrolifere sta creando conflitti tra governo e i gruppi etnici minoritari stanziati nella regione petrolifera. Anche in Ciad, dopo un periodo di relativa tregua dal 1998 al 2002, è ripresa la guerriglia nel nord del paese. Il futuro del Ciad è ora condizionato dal progetto, il più grande mai realizzato in Africa, per l’estrazione e il trasporto del petrolio. Nel Sudan la guerra civile dura da quasi mezzo secolo. Anche se l’origine di questi conflitti si può attribuire alla contrapposizione tra il nord musulmano e il sud cristiano e animista, cause economiche, geografiche, razziali, storiche e politiche sono pure entrate in gioco. Particolarmente drammatica è la situazione nella regione desertica del Darfur. Gruppi paramilitari arabi compiono massacri ed operazioni di pulizia etnica sulla popolazione nera. Il bilancio della guerra in Darfur dal 2003 ad oggi è di 70.000 morti e 1.600.000 sfollati. Altri conflitti si verificano nel Corno d’Africa, coinvolgendo Somalia, Etiopia ed Eritrea e, in genere guerre civili, in Liberia, Repubblica del Congo, Uganda, Ruanda, Burundi, Angola. “Guerra mondiale africana” è stata definita la guerra per il controllo del più grande stato dell’Africa centrale, la Repubblica Democratica del Congo, che ha visto coinvolti sette paesi africani e almeno cinque differenti gruppi politici armati. Il caos coinvolge diverse zone del paese e uccisioni illegali di massa di civili, stupri, torture, arresti arbitrari e detenzioni illegali sono praticate in tutto il paese. Sono circa 3.400.000 gli sfollati.

Ma anche nelle altre parti del mondo i conflitti di cui non si parla non mancano. In America Latina, le rivendicazioni indigene di autonomia del Chiapas scuotono il Messico. E in Colombia continua la sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra che da quarant’anni insanguina il paese. In Asia la popolazione kurda, divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, è stata ed è oggetto di soprusi e pulizia etnica. Sembra irrealizzabile il sogno di creare uno stato indipendente e unito del Kurdistan. La guerra civile e la guerriglia sono presenti nel Nepal e anche in diverse zone dell’India, ad esempio in Kashmir. Da più di venti anni lo Sri Lanka è devastato da un conflitto inter-etnico tra la maggioranza cingalese, di religione buddhista, e la minoranza Tamil, di religione induista, che chiede la creazione di uno stato indipendente. Dall’inizio del conflitto, a fronte di una popolazione di 18 milioni di abitanti, ci sono stati 65.000 morti e 1.800.000 profughi (di cui un milione circa ha lasciato il paese). Nel Myanmar (Birmania) imperversano scontri armati tra il governo militare ed i movimenti separatisti di diverse popolazioni. Particolarmente intensi sono i conflitti con i movimenti separatisti del cosiddetto “Triangolo d’oro”, la zona che comprende le regioni di frontiera con Thailandia, Laos e Cina, ricca di piantagioni di oppio e crocevia del narcotraffico internazionale. Anche nelle Filippine e in Indonesia sono molte le zone dove la guerriglia e istanze separatiste creano conflitti. Anche in Oceania, dal 1999 la stabilità dell’arcipelago delle Isole Salomone, nell’Oceano Pacifico meridionale, è stata incrinata da disordini di tipo razziale tra due gruppi etnici di Guadalcanal. Il triste quadro che emerge è che molte parti del mondo oggi sono in guerra e che buona parte dell’umanità è vittima dei massacri, delle torture e delle atrocità causate da queste “guerre del silenzio”.

Confronto.net – Antonio Delrio




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